L’isola di Zannone è abbandonata al degrado. Subito gestione al Comune di Ponza

L’isola di Zannone è abbandonata al degrado. Subito gestione al Comune di Ponza

Tre discariche a cielo aperto con materiali di ogni tipo, nonché ingenti quantità di veleno topicida insieme con centinaia di esche velenose sparse ovunque all’interno della Villa Comunale dell’isola di  Zannone. E’ questa la visione dell’area, parte integrante dell’arcipelago Ponziano, che ormai da tempo versa in uno stato di degrado e abbandono.

Dal 1979 l’isola di Zannone fa parte del parco nazionale del Circeo e la gestione della zona è affidata al Corpo Forestale dello Stato, inadempiente poiché da circa tre anni il presidio del Corpo all’interno dell’isola  è chiuso. Questo comporta notevoli danni per il circuito turistico legato all’isola.

La situazione è talmente grave che a luglio scorso il sindaco di Ponza, Piero Vigorelli, ha denunciato presso la Procura della Repubblica di Cassino il Corpo Forestale dello Stato e il presidente del Parco Nazionale del Circeo, che per legge sono preposti alla valorizzazione dell’isola. E’ da tempo poi che la pulizia di Zannone è effettuata dai volontari della Pro Loco di Ponza, d’intesa con il Comune.

Per tutti questi motivi è stata depositata questa mattina una interrogazione parlamentare rivolta ai ministri dell’Ambiente e dell’Interno affinché possano prendere in considerazione la possibilità di affidare la gestione dell’isola al Comune di Ponza, stabilendo precisi vincoli di Area Naturale Protetta. Altresì ho richiesto di procedere al commissariamento dell’Ente Parco Nazionale del Circeo alla luce delle evidenti inadempienze riscontrate.

L’Italia è bloccata dagli slogan del governo

L’Italia è bloccata dagli slogan del governo

E’ passata inosservata la nota diffusa oggi dall’Istat sugli under 35. Secondo le stime dell’Istituto di statistica sono sette milioni i giovani compresi nella fascia 18 – 34 anni che vivono ancora in famiglia. Non serve leggere le cause indicate dall’indagine perché è una realtà la mancanza di lavoro in questo Paese, anche quando il lavoro c’è ma è precario. Il sistema Italia è da troppo tempo in crisi e stenta a decollare.

Alla luce di quest’ultimo prospetto statistico si rivela sempre più necessario ripartire da una politica dei redditi, perché la maggior parte delle famiglie italiane sono monoreddito. Specialmente nel Mezzogiorno, dove, secondo l’Istituto, c’è la più alta concentrazione di ragazzi ancora a casa.

Difronte la soddisfazione di parte del Pd sulla tracciabilità dei voucher varata ieri sera dal Consiglio dei Ministri bisogna rimanere cauti perché l’abuso di questi buoni è sempre dietro l’angolo. Usati come unica alternativa alla regolarizzazione del lavoro portano a incrementare la precarietà.

Siamo in un circolo vizioso alimentato dai continui slogan dell’attuale governo. Troppi ne abbiamo ascoltati in questi giorni: le promesse per la ricostruzione post-terremoto in Italia centrale, la discussione sul prestito pensionistico e quella sul rinnovo dei contratti nel pubblico impiego, entrambe rimandate alla prossima settimana.

Tutto questo mentre l’Europa ci esclude dal vertice Merkel-Hollande-Juncker a causa di un Presidente del Consiglio che a giorni alterni decide se usare la carta della flessibilità per far sentire la sua voce a Bruxelles.

 

Il lavoro non è una merce di scambio per nessuno

Il lavoro non è una merce di scambio per nessuno

Questa mattina a Sassari è stata smantellata un’organizzazione che si occupava di regolarizzare in maniera fittizia gli extracomunitari attraverso false assunzioni. La cronaca delle ultime ore ci dice che a essere coinvolte nella vicenda sono 22 persone, tra locali e stranieri, i quali a vario titolo avrebbero ottenuto “tangenti” da immigrati, con la promessa di assunzione da parte di datori di lavoro consenzienti.

Il fatto dovrebbe lasciarci sgomenti perché ancora una volta il lavoro viene usato come becera merce di scambio, quando invece riuscire a ottenere un reale impiego sarebbe per gli immigrati una carta da poter giocare nella società.

Come è stato rilevato nel corso del convegno organizzato dal Dipartimento Politiche del lavoro e sindacali di Forza Italia (‘Aiutiamo l’Italia a crescere’), regolarizzare professionalmente i migranti significherebbe creare reddito per questo Paese.

Sono quindi attualissime le parole di Monsignor Giancarlo Perego che, durante l’incontro di luglio tenutosi presso la Camera dei Deputati, disse: “Guardare il mondo dell’immigrazione per aiutare l’Italia a crescere significa osservare una realtà significativa soprattutto in questo momento in cui si sta perdendo la capacità di attrazione”.

Il pensiero del religioso si sposa perfettamente con alcuni dati sul lavoro migrante illustrati proprio in quell’occasione. Ribadirli è sempre utile per farci comprendere perchè casi di cronaca come quello di questa mattina debbano essere considerati passi indietro verso l’integrazione.

In Italia gli stranieri sono quelli maggiormente interessati al settore edile, insieme con i servizi rivolti alla collettività, quindi l’assistenza. Parafrasando, sono gli uomini e le donne provenienti dai paesi extra Unione che spesso colmano le lacune lavorative lasciate dagli italiani. Al di là delle cifre percentuali quello che è importante comprendere è che il contributo in termini economici degli stranieri è fattivo, ed è per questo che non bisogna giocare con il lavoro.

Per riprendere un concetto da me già espresso in ‘Aiutiamo l’Italia a crescere’: “Lavorare é un requisito importante e un valore fondamentale per la dignità delle persone che arrivano nel nostro Paese”.

Il governo tace sulle difficoltà degli enti territoriali

Il governo tace sulle difficoltà degli enti territoriali

La consultazione sulla Legge di Stabilità ancora non è entrata nel vivo ma già fa discutere. La dichiarazione rilasciata oggi dal sottosegretario agli Affari regionali, Gianclaudio Bressa, in audizione in commissione Federalismo fiscale di Montecitorio, è preoccupante. “C’è la consapevolezza – nel governo – che il taglio da un miliardo per il 2017 porti al collasso del sistema delle Province quindi non è possibile che sia mantenuto” – ha detto ai deputati in Commissione.

Siamo ancora nell’ambito della possibilità e questo non è accettabile. Gli enti territoriali, già fortemente in difficoltà per i continui tagli, hanno bisogno di certezze. Lo Stato dov’è quando i cittadini si lamentano che i servizi offerti dai Comuni e dalle Province non sono adeguati alle tasse che pagano?

Sin dall’insediamento del ddl Delrio nel nostro ordinamento abbiamo subìto una campagna mediatica poco chiara che ci ha convinti dell’immediata abolizione delle Province in nome di una semplificazione abbatti costi. Gli enti territoriali sono stati utilizzati come il capro espiatorio che avrebbe risolto tutti i problemi legati al funzionamento della Pubblica amministrazione.

Adesso alla luce di una riforma costituzionale che, se accettata con la consultazione referendaria, porterebbe realmente alla cancellazione dalla Costituzione di questi enti, ci ritroviamo davanti a una reale difficoltà. Non solo i rapporti con i sindaci verrebbero inevitabilmente compromessi senza l’intermediazione della Provincia ma le costanti sforbiciate agli enti territoriali metterebbero in difficoltà i Comuni più piccoli che si dovrebbero sobbarcare le spese di quelli capoluogo, spesso in deficit.

E mentre il governo non è ancora in grado di dirci nulla, i Comuni e le Province si trascinano disorientati.